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Tana

Pioveva dalla mattina. Tana tornava a casa da scuola. Il giovedì pomeriggio avevano il laboratorio di sartoria, e Tana pensò, nell’autobus, che quel giorno per la prima volta, all’uscita da scuola, non c’era stata più nessuna luce in cielo. Sarebbe stato così per mesi, ormai. Fuori era freddo, pioveva, l’autobus era stipato di ragazzi e ragazze, studenti, e ci faceva un caldo da scoppiare. I vetri erano tutti appannati, qualcuno era riuscito ad aprire un finestrino e Tana, che era già tutta sudata, si trovò nel gelo. Pensò: potessi ammalarmi, stare a casa una settimana. Non si tolse dalla corrente, non protestò. Le arrivava della pioggia in faccia, negli occhi. Era un pezzo che non pioveva, la città e l’aria erano piene di polvere. Tana sentì bruciare la pioggia contro il viso e negli occhi. Nell’autobus c’era un baccano infernale, ma Tana aveva così tanto rumore nella testa che le sembrava che le persone dentro l’autobus aprissero la bocca senza emettere suoni, ridessero solo con i muscoli del viso. Pensò a una tribù dell’America del Sud, della quale aveva letto in un’enciclopedia, che viveva circondata da nemici ferocissimi, tanto che gli uomini e le donne non parlavano quasi mai, e quelle poche volte sottovoce direttamente nell’orecchio, ai bambini si fasciava la bocca finché non imparavano la regola, ai cani da caccia si tagliavano le corde vocali con dei coltelli lunghi, affilatissimi, appositi. In questo modo i nemici della tribù non potevano avvertirne la presenza dai rumori. In quel villaggio tutti si muovevano con estrema cautela, perché ogni passo fosse silenzioso. Non si facevano fuochi. Forse, immaginava Tana, non c’era nemmeno un vero e proprio villaggio: ognuno aveva un grande mantello e quel mantello, tirato sopra la testa, era tutta la casa. La persona chiusa in casa, da una certa distanza, doveva assomigliare perfettamente a un cespuglio senza frutti commestibili, o alla radice divelta di un albero marcio e crollato, o alla carcassa di un animale immangiabile. Non doveva essere interessante per nessuno. Gli animali cacciati venivano mangiati crudi, perché non si sentissero gli odori della cottura, e completamente, comprese le ossa e la pelle o le penne, in modo che non restassero tracce. Forse la tribù non si riuniva nemmeno mai, ognuno vagava solo nella foresta fittissima e gocciolante, le mogli e i mariti si incontravano ogni tanto, sempre in luoghi diversi, in giorni stabiliti secondo regole sempre diverse. Molte volte però, per prudenza, gli appuntamenti non venivano rispettati. Oppure no, gli uomini giravano per la foresta affidandosi al caso o agli dèi, e se incontravano una donna quella era la loro moglie, se incontravano un uomo quello era un amico o un nemico. Era la sua fermata, Tana si buttò fuori. La massa degli studenti prima sembrò voler trattenerla, poi la spinse fuori con più forza di quella che Tana si aspettava. Traballò sul marciapiede, stordita. Aprì l’ombrello troppo tardi, aveva già pieni d’acqua i capelli e il collo. Sopra il cartello della fermata c’era un orologio elettrico: il viaggio era durato quasi un’ora, contro i venti minuti soliti.

Tana aveva i brividi. Lo zaino sulla schiena le sembrava pesantissimo, il braccio che teneva l’ombrello era già stanco, le faceva male. I suoi stessi vestiti le sembravano gelidi. Questa è la volta che mi ammalo, speriamo, pensò. Questa sera mi bevo il brodo del lesso di ieri, bello caldo, col pane.

Prendo anche un po’ di vino, così mi va su la febbre. Mi metto due pigiami e una coperta in più, così sudo. Voglio stare a letto una settimana,voglio stare a letto così tanto che poi il letto mi farà schifo per sempre. Tana camminava lentamente, quasi alla cieca, con l’ombrello inclinator davanti per difendere il viso dall’acqua bruciante. Non faceva niente per non cacciare i piedi nelle pozzanghere: tanto meglio, pensava, mi ammalerò di più. Tanto di scarpe posso averne finché voglio. Le automobili facevano schizzi alti fino alle cosce. Le scarpe di Tana erano sfasciate, i fuseaux stampati a fiori erano zuppi, il giaccone di panno pesante puzzava come puzzano i cani bagnati. Tana prese la laterale, in fondo il semaforo si vedeva appena, anche se era solo a cinquanta metri. Tana vide l’angelo subito dopo aver attraversato la strada al semaforo. Veramente vide solo un mucchio di penne, quasi un rotolo, incastrato contro la clair abbassata della latteria. La vetrina della latteria era un po’ rientrata, di un mezzo metro, così che, lì sotto, quelle penne erano un po’ protette dalla pioggia. Erano penne bianche, si vedeva, ma erano tutte sporche, di pioggia e di fango. Il fango aveva un colore rosso nerastro che a Tana fece pensare al sangue. Si avvicinò prudentemente, pronta a difendersi abbassando l’ombrello aperto. Sembrava un grosso uccello ma Tana vide, girandogli attorno un po’ a distanza, un piede molto pallido che sporgeva indifeso da sotto la copertura delle ali. Si avvicinò, e vide che il mucchio di penne aveva dei piccoli sobbalzi irregolari, come un tremito incontrollato e discontinuo. Si avvicinò di più, cercò di chiamare. Non sapeva cosa dire. Disse: «Cosa c’è?», a voce più bassa di quello che avrebbe voluto, e subito le sembrò che dire «cosa c’è?» fosse una cosa stupida. Ma cosa doveva fare? Si avvicinò definitivamente, passò l’ombrello nella mano sinistra, allungò la mano destra e toccò quel mucchio di penne, sporgendosi, proprio in cima. Il mucchio sussultò, l’ala si scostò un poco e Tana vide, sotto l’ala, dei capelli chiari, impastati di pioggia e polvere. Provò a scostare l’ala, che resistette un poco, e c’era un viso con gli occhi chiusi. Toccò la fronte, che era fredda, ma non gelida. La fronte non si era mossa quando lei l’aveva toccata. Tana disse ancora: «Cosa c’è?», senza nessuna risposta. Poi disse: «Ce la fai ad alzarti» e la risposta fu un movimento tremolante, indeciso, di tutta la massa. Tana decise che questo voleva dire no, chiuse l’ombrello e lo appese a una cinghia dello zaino, provò a sollevare l’angelo. Buttò le mani dentro le penne, trovò le ascelle, lo sollevò. Non fece molta fatica, anche se lo zaino la squilibrava. L’angelo era più grande di lei, ma non sembrava molto pesante. Tana infilò la spalla destra sotto l’ascella sinistra dell’angelo, lo allacciò alla vita con il braccio destro, si passò sopra le spalle, e prese, con la mano sinistra, il braccio sinistro dell’angelo. Tana guardò, da sotto in su, la faccia dell’angelo, e le sembrò che avesse un poco aperto gli occhi, una fessura. Gli disse: «Vieni, coraggio», e cominciarono a camminare.

Sembrava che l’angelo stesse sempre per cadere, faceva il passo sempre appena un attimo prima che tutt’e due finissero sul marciapiede allagato. Il condominio di Tana era il quinto a sinistra, l’ultimo prima dell’argine. Per strada non c’era nessuno. Le case avevano le persiane abbassate, per non far filtrare la pioggia. Tana disse al citofono: «Sono io», e spinse l’angelo nell’ascensore. Nell’ascensore se lo tolse da dosso, lo appoggiò con la schiena contro lo specchio. Scaricò lo zaino e l’appoggiò per terra. Al piano si caricò di nuovo l’angelo, entrò in casa trascinando lo zaino sul pavimento. Lo nascose subito in camera, chiudendosi dentro. Sua mamma le gridava delle cose attraverso la porta, Tana gridò che si era bagnata tutta, che adesso si cambiava e si faceva il bagno caldo, che si metteva a letto subito, che stava male, che non voleva mangiare niente, che la lasciasse in pace. Non era mai successo, quando Tana gridava così, che la mamma entrasse in camera a vedere, o che insistesse a dire quello che aveva da dire. Doveva esserci solo lei a casa, a quell’ora. Il papà e Sergio tornavano quasi insieme, alle otto, quella sera sarebbero tornati ancora più tardi. Tana aveva appoggiato l’angelo per terra, seduto, con la schiena contro il letto. Le ali erano grandi, aperte. L’angelo aveva ancora gli occhi chiusi, ma Tana aveva sentito, appoggiandolo, che aiutava i suoi movimenti. Tana si tolse le scarpe, buttò sulla sedia il giaccone fradicio, poi ci pensò un attimo, aprì l’armadio, stando dietro l’anta si tolse i fuseaux i calzini e le maglie, li buttò per terra, si mise addosso un maglione pesante azzurro e i pantaloni di una tuta da ginnastica grigia. Cercò le ciabatte sotto al letto, e sentì l’angelo respirare a fondo. Non si era mosso. Tana aprì un poco la porta, vide via libera, e più velocemente che poté trasferì l’angelo nel bagno suo e della mamma, che stava proprio di fronte alla sua stanza, pregando che nessuno li vedesse. Lo sedette sul bordo della vasca, appoggiato con la spalla sinistra al muro, con le ali dentro e le gambe fuori, e vide che si reggeva. Senza che lei lo avesse guidato, si era appoggiato con le mani al bordo. Tana vide che le mani erano molto bianche. Non aveva il coraggio di guardarlo in faccia. L’angelo teneva la testa abbassata sul petto, come uno che ciondoli dal sonno in treno. Tana aprì l’acqua calda, con la doccia a filo cominciò a pulirgli le ali. Allora si accorse che l’angelo era diverso da come le era sembrato che fosse. Era quasi come le illustrazioni del catechismo, ma non del tutto. Le ali non erano attaccate alla schiena, sulle scapole, ma sembravano uscire dalla stessa attaccatura delle braccia, anche se le braccia erano articolate come quelle di un uomo e le ali, invece, sembravano articolate per muoversi verso l’alto e all’indietro. Le penne non erano penne come quelle degli uccelli, erano fatte di carne, sembravano delle lingue molto sottili, con una pelle un po’ più pallida e dura di una pelle normale, un po’ rugosa. L’angelo aveva addosso una tunica bianca, ma sporchissima, senza maniche, lunga fino quasi ai piedi, con due spacchi laterali che arrivavano alle ginocchia. Mentre lavava le ali col getto caldo, Tana le sfregava con la spugna; non sapeva bene quello che faceva, ma le sembrava che il problema fosse il freddo, forse addirittura l’assideramento, e aveva la sensazione che le ali fossero il punto debole, anche perché erano tanto più pallid del viso e delle braccia.

 

Dopo un poco le ali cominciarono a fare dei movimenti, come delle specie di stiracchiamenti; le lingue di carne si sollevavano per far penetrare l’acqua calda all’interno, e sotto le lingue la pelle non era più pallida, era di un rosa intenso, con una rete di venuzze che pulsavano: non sembrava nemmeno pelle, sembrava – anche questa cosa Tana l’aveva vista sull’enciclopedia che c’era in casa – una membrana interna del corpo. Tana si incantò a guardare le lingue di carne che si sollevavano e si riabbassavano, una fila per volta, producendo come un’onda, mentre le ali facevano dei piccoli movimenti, come se l’angelo avesse voluto provare se le articolazioni funzionavano ancora, ma non avesse avuto il coraggio di muovere più che tanto le ali. Tana guardava affascinata queste ali che le sembravano quasi una cosa viva, per conto loro, e all’improvviso guardando il rosa sotto le lingue pensò alla lingua dentro la sua bocca, si sentì disgustata di colpo, smise di guardare le ali, alzò la testa e vide l’angelo che la guardava da sopra la spalla, e le venne paura. L’angelo aveva gli occhi rossi, come gli occhi della mamma di Maria, una sua compagna di classe, che era albina e aveva i capelli bianchi e la pelle così trasparente da dare una sensazione di disgusto. L’angelo guardava Tana, e la guardava con uno sguardo fermo e sicuro, uno sguardo che Tana non si aspettava per niente, lei si aspettava che l’angelo avesse paura, che la guardasse timidamente, che tenesse gli occhi bassi: invece l’angelo la guardava sfrontatamente, strizzando appena un poco gli occhi come per metterla a fuoco meglio, senza nessuna timidezza ma anche senza nessuna curiosità, senza nessuna riconoscenza. Tana prese paura, mollò la doccia a filo, si nascose in camera. In camera le venne quasi da piangere, le girava la testa, pensava, cosa faccio adesso cosa faccio, pensò che l’angelo poteva essere pericoloso e crudele, che se aveva gli occhi rossi poteva essere un demonio, poi pensò che era stupida e non poteva aver paura di un angelo, poi pensò che se la mamma fosse entrata nel bagno l’avrebbe visto, si sentì prendere dal terrore nel ventre. Socchiuse la porta della camera e non c’era nessuno. Entrò nel corridoio e spiò dentro il bagno. Scappando non aveva chiuso del tutto la porta. L’angelo era seduto con i piedi dentro la vasca, si stava lavando con cura. Tana lo guardò, pensando che cos’era la sua paura di prima: era stata niente, era stata solo stupidità di pensare che l’angelo dovesse essere fatto come lei si immaginava. Guardò ammirata l’angelo che si prendeva cura di sé, cosa che le sembrava ormai perfettamente in grado di fare, e si sentì delusa, poi si vergognò di questa delusione, un angelo sicuramente sa fare da sé, anche se si tratta di lavarsi i piedi. Tana pensò che avrebbe sbagliato tutto se avesse continuato a pensare che l’angelo avesse bisogno di lei per qualsiasi cosa. Lei poteva offrire all’angelo qualcosa, e l’aveva già fatto, ma doveva trovare la misura giusta. Tornò in camera, rassicurata, pensando che doveva lasciare tranquillo l’angelo. Lasciò la porta mezza aperta, per far vedere che non voleva rifiutarsi. Le sembrò che i suoi pensieri stessero diventando una cosa ordinata, e si sentì coraggiosa e sicura.

 

In quel momento sentì nell’ingresso il papà e Sergio, che arrivavano insieme perché erano d’accordo, da sempre, che col cattivo tempo il papà passava a prendere Sergio con la macchina. Il papà lavorava in un magazzino di scarpe e due anni prima aveva fatto prendere Sergio in un negozio dove aveva lavorato lui stesso molti anni prima, ed era rimasto amico del padrone. A me non mi verrebbe a prendere mai, pensò Tana. Il papà e Sergio non si erano mai voluti tanto bene, ma avevano fatto lega da quando Sergio aveva cominciato a fare lo stesso mestiere di suo papà. Erano colleghi, si sentivano importanti e speciali. A Tana sembrava che la sera discutessero sempre di scarpe, non li sopportava. Ogni tanto Tana pensava che avrebbe dovuto trovare il modo di far lega con la mamma, per opporsi come si doveva ai due maschi. Ma le sembrava che la mamma avesse deciso che l’unico modo di farsi considerare dai due maschi era di servirli con enorme devozione, e non c’era spazio per Tana. Tana aveva pensato tutti questi pensieri perché aveva sentito Sergio e il papà rientrare insieme, e si era resa conto che non avrebbe potuto trovare in quella casa nessuna alleanza, nessun posto per l’angelo. Non si accorgerebbero nemmeno di lui, pensò. Sentì le voci del papà e di Sergio e sentì che erano voci strane. Non distingueva le parole, non capiva cosa dicessero, le pareva che avessero un tono acuto, quasi un grido; non capiva neanche se erano allegri o arrabbiati, le voci sembravano quelle di un disco a trentatré giri messo a quarantacinque. Tana guardò nel corridoio e vide che il papà e Sergio si muovevano, come le loro voci, a velocità esagerata, non come persone che si affrettano, ma come i personaggi di un film che venga proiettato troppo velocemente. Correvano dentro e fuori dalle loro stanze, dalla cucina, dal loro bagno, con movimenti che, così accelerati, sembravano rigidi e goffi. Facevano quello che avrebbero fatto tornando a casa in una sera qualsiasi, si erano tolti le scarpe, Sergio, che in negozio stava vestito come un damerino, si era messo in tuta da ginnastica, si lavavano: ma era come se, a spingerli a fare queste cose solite, ci fosse una forza esagerata; Tana pensò che era come se ci mettessero tutta la forza della loro vita, la forza di ogni singola cellula del corpo. Adesso il tono delle voci sembrava allegro, ma non si poteva capire. Tana entrò nel corridoio, si avvicinò a loro. Le sembrava che nemmeno la vedessero. Sulle loro facce, e sulla faccia della mamma, si succedevano continuamente espressioni diverse, senza che se ne potesse cogliere una precisa. Sembrava che le loro facce fossero fatte di plastilina, come i pupazzetti della pubblicità di un amaro che Tana aveva visto in televisione. Tana entrò in cucina, vide apparire sulla tavola la tovaglia rossa con quattro piatti, d’istinto si sedette nel suo posto solito. La mamma il papà e Sergio mangiarono freneticamente, come non avessero mangiato da un anno. Tana restò immobile, come stordita, a un certo punto si senti toccare leggermente, ripetutamente, sul braccio dalla parte della mamma, e si rese conto che le era stata rivolta qualche parola, in quella nuova lingua incomprensibile, e che doveva trattarsi di una sollecitazione a mangiare. Tana non fece quasi in tempo a pensare questo, e vide la tovaglia sparire e la mamma che disbrigava tutto, velocissima, lanciando i piatti nell’acquaio come un giocoliere avrebbe potuto lanciare in aria delle palle da tennis o dei birilli colorati, senza rompere niente.

Tana si alzò da tavola senza aver mangiato niente, tornò a socchiudere la porta del bagno e trovò l’angelo che si guardava soddisfatto i piedi puliti, lavati e riscaldati, belli rosei. Aveva i capelli gocciolanti, biondi luccicanti, ricci e morbidi. Si era pulito alla bell’e meglio anche la tunica. Aveva un aspetto più dignitoso, e sembrava molto forte. Tana si sentì confortata. Quando aprì del tutto la porta del bagno l’angelo la guardò, si drizzò in piedi e le sorrise, non un sorriso amichevole, pensò Tana, ma un sorriso di soddisfazione, ma in somma sempre di un sorriso si trattava, e Tana disse: «Vuoi mangiare?». L’angelo disse: «Sì», senza aggiungere nemmeno un «grazie», ma lo disse così in fretta che Tana pensò: questo muore di fame; e lo aveva detto con una voce ancora incerta, ancora molto più debole della forza che sembrava aver riempito del tutto il suo corpo e le sue ali. Tana prese l’angelo per una mano e lo guidò in cucina. Il papà e Sergio erano in salotto, a guardare la televisione sobbalzando e cambiando continuamente posizione sul divano, e a parlare con quelle loro nuove voci veloci e stridule, probabilmente di scarpe; la mamma era al suo solito posto in cucina, a guardare nel televisore piccolo, la sedia girata in modo da appoggiare il gomito sinistro sulla tavola, e la testa sulla mano sinistra; tra i bagliori velocissimi Tana riconobbe la telenovela solita, e vide che la mamma si era già addormentata, come faceva sempre, si sarebbe svegliata solo alla fine della puntata, quando le pubblicità vengono trasmesse a volume più alto, e avrebbe imprecato dispiaciuta per aver perso un’altra volta mezza puntata, e avrebbe fatto cento ipotesi su quello che poteva essere successo durante il suo sonno – tanto, in quella telenovela, pensò Tana, non succedeva mai niente, c’erano delle telefonate che duravano ore, quand’era morto il vecchio, quello di cui adesso tutti si disputavano i soldi, aveva avuto un’agonia di almeno venti puntate. Tana fece sedere l’angelo alla tavola, tirò fuori il pentolino del brodo dal frigo e lo mise a scaldare, prese gli avanzi del pane e li tagliò a fette, buttando via i pezzi sbocconcellati, mise le fette di pane nella sua tazza grande, quella che usava da quand’era bambina e non si era rotta mai, miracolosamente, aveva conservato perfino i due manici, svuotò sopra il pane tutta la coppetta del formaggio grattato, versò il brodo caldo nella tazza e la spinse davanti all’angelo. L’angelo la aveva guardata con interesse, durante tutte le operazioni. Tana aveva avuto un gatto, qualche anno prima, che la guardava così, come da lontano ma attentissimo, mentre lei gli preparava il pasto nella coppetta. La mamma si era già svegliata, intanto, aveva spento il televisore, aveva detto delle cose con la sua nuova voce che Tana non aveva bisogno di capire, e si era messa, sempre nello stesso angolo, a rammendare calzini. A quella velocità non potrà non pungersi, pensò Tana, e invece la mamma non si pungeva. Poi Tana cercò di non guardare la mamma, non guardò neanche il papa quando venne in cucina ad accendersi una sigaretta con un fiammifero, Tana cercò di concentrarsi sull’angelo, stando seduta difronte a lui. L’angelo mangiava il brodo lentamente, a grandi cucchiaiate, ma lasciando passare molto tempo tra una cucchiaiata e l’altra; quando cominciò a raccogliere il pane sul fondo Tana vide che cercava di raccogliere le singole fette tutte intere, senza farle spezzare.

Il brodo aveva un buon odore di caldo, Tana sentiva una gran fame ma si rendeva conto che non era il momento adatto, per lei. Guardò l’angelo che appoggiava il cucchiaio sul piatto e sollevava la tazza per bere l’ultimo goccio di brodo. Quando posò la tazza le fece di nuovo quel suo sorriso soddisfatto. A Tana sembrò che gli occhi dell’angelo fossero diventati un po’ meno rossi, o almeno di un rosso meno pungent e crudo, come se il vapore caldo del brodo li avesse appannati e ammorbiditi. Doveva avere tanto freddo, pensò Tana, anche dentro. Le vennero in mente i ricordi suoi di gran freddi patiti, e delle soddisfazioni a lavarsi calda, a mangiare caldo, a ricoprirsi di lana. Chiese all’angelo: «Come ti chiami?». L’angelo disse: «Roberta». Tana rimase incerta, d’altra parte l’angelo aveva detto «Roberta» con tranquillità,veramente come se «Roberta» fosse il nome più adatto a un angelo; Tana lo guardò, vide che l’angelo aveva un viso semplice, intatto, come il viso di un bambino, e non aveva traccia di barba; vide che la tunica gli cadeva dritta sul petto, e che il viso, anche se infantile, era decisamente un viso maschile, erano maschili le sue braccia, che ora stavano appoggiate sul tavolo (non come due braccia che si riposano, pensò Tana, ma come due cose che per il momento non si usano), e maschile era la grandezza dei suoi piedi, che Tana aveva guardati nel bagno. Tana si sforzò a rispondere: «Io mi chiamo Tana, Tana che sarebbe Gaetana, ma io mi chiamavo Tana da piccola, quando non sapevo ancora parlare bene, così…». Si fermò di colpo, perché le era sembrato di vedere, nella faccia dell’angelo, passare come una noia; si fermò di colpo e pensò: che cosa gli vado a dire, un nome è un nome qualsiasi, lui non mi ha chiesto il mio nome, lui si chiama Roberta, lo guardò imbarazzata e lui di nuovo la guardava senza nessuna espressione, osservatore, solo con appena appena l’aspetto di uno che si aspetta qualcosa, non una richiesta ma, piuttosto, una specie di disponibilità; Tana non capì bene, rimase a guardarlo. A casa tutti dovevano essere andati a letto, Tana non ci aveva badato, si ricordò che mentre l’angelo mangiava aveva sentito un leggero contatto sulla guancia destra, aveva visto il papà allontanarsi di corsa, la baciava tutte le sere, quando lei non si chiudeva in camera per prima, soprattutto per evitare il bacio del papà che le sembrava un’umiliazione, un trattamento da bambina, ma quella sera non ci aveva badato, non se ne era accorta nemmeno. Prese l’angelo per mano e lo portò in camera, tolse il suo pigiama da sotto il cuscino, rimboccò le coperte al letto, che era un letto da una piazza e mezza perché Tana, fin da bambina, si era sempre tanto agitata nel sonno, non poche volte era caduta addirittura per terra, così le avevano preso un letto da una piazza e mezza, qualche anno prima; fece un gesto all’angelo come per dirgli «accomodati», senza osare dirgli niente, poi scappò nel bagno. Si guardò allo specchio e si vide ancora sporca, i capelli impiastricciati, gli occhi stanchi. Quel po’ di trucco che si metteva le era colato sulle guance. Le venne un brivido di freddo. Si lavò per bene, poi restò ancora immersa nella vasca calda, per scaldarsi di più, sperando che intanto l’angelo si fosse addormentato, che avesse trovato lui il modo di sistemarsi. Poi le venne l’angoscia che l’angelo avesse approfittato che lei si era chiusa in bagno per andarsene, e allora schizzò fuori dalla vasca, avvolta nell’asciugamano grande si sporse a controllare e vide l’angelo che si era addormentato sopra il letto, senza infilarsi sotto le coperte, con le sue stesse ali che gli facevano cuscino sotto la testa e gli coprivano in parte il corpo. Tana si calmò, tornò in bagno, si asciugò i capelli, si infilò un pigiama che aveva messo a intiepidire sopra il radiatore. L’angelo dormiva tranquillo sul lato del letto contro il muro, Tana si infilò sotto le coperte, spense la luce, chiuse gli occhi. Tana, con gli occhi chiusi, pensava al sesso dell’angelo. Non se ne era accorta, che era questo il suo pensiero, finché l’angelo non le aveva detto il suo nome. Forse ha fatto apposta, pensò, e non è il suo vero nome. Qualche mese prima, alla fine di giugno, erano andati tutti, una quindicina di ragazzi e ragazze, con i motorini, alla fossa di Camin, appena fuori città. Il sole era caldo ma Tana aveva avuto freddo, col suo golfino addosso, anche se sul motorino stava dietro ed era protetta dall’aria. Alla fossa si arrivava in soli dieci minuti. L’acqua della fossa era grigia e ferma. La fossa era stata scavata due anni prima, durante i lavori per la nuova circonvallazione, e poi era rimasta lì. Nessuno l’aveva riempita. La circonvallazione era pochi metri più in là, nascosta da qualche fila di alberi. C’erano erbe e cespugli. Andare alla fossa era una cosa un po’ proibita, perché si diceva che ci girasse gente strana. Ogni tanto ci si accampavano dei nomadi, ma sempre per qualche giorno appena, non di più. C’erano dei cartelli con scritto «vietato bagnarsi». Dietro qualche cespuglio c’era della sporcizia. In piena estate ci veniva molta gente, e allora il Comune mandava degli operai a pulire, una volta alla settimana, anche se teoricamente restava vietato bagnarsi. In quella stagione non ci andava nessuno, e così nessuno puliva. C’era anche una rete, tutt’attorno alla zona, e un fossatello, ma la rete era mezza abbattuta, e sopra il fossatello, in un paio di punti comodi, erano state tirate delle assi. I ragazzi e le ragazze sapevano che lì, mettendosi appena dietro un cespuglio, o solo tirandosi sopra un asciugamano, si poteva fare anche l’amore, che nessuno ti diceva niente. Un ragazzo aveva lanciato l’idea, e allora tutti i ragazzi, facendo a gara per non restare ultimi, si erano spogliati e si erano buttati in acqua. Erano rimasti a sguazzare qualche minuto, nell’acqua che arrivava alla vita, solo al centro la fossa diventava più fonda, poi erano risaliti sulla riva, un po’ lividi e intirizziti. Con la scusa che dovevano asciugarsi, erano rimasti in piedi nudi davanti alle ragazze, che si erano sedute sulla riva. Qualcuna si era scandalizzata, aveva gridato ed era andata a sedersi più in là, voltando le spalle ai ragazzi. I ragazzi stavano lì, con le mani sui fianchi, rabbrividendo, con i genitali che stavano all’altezza degli occhi delle ragazze. I ragazzi erano tutti magri e belli, almeno così sembrava a Tana. Il più vicino a Tana era uno che aveva visto solo qualche volta nella compagnia, che frequentava un istituto tecnico. Tana aveva fatto un passo e mezzo, senza alzarsi in piedi, per guardarlo meglio.

Il ragazzo si era un po’ girato verso di lei. Dall’inguine la chiazza di pelo gli risaliva, diradata e leggera, fino all’ombelico. Il petto era liscio, bianco, con solo qualche pelo lungo e ritorto attorno ai capezzoli. Tana aveva abbassato gli occhi su quella cosa che pendeva in mezzo al ciuffo nero. Le sembrò debole, strana. La toccò con la punta delle dita della mano destra e la vide sussultare. Ritirò la mano e vide quella cosa ingrossarsi. Il ragazzo si girò un altro poco, appena un poco, verso Tana. Tana allungò la mano tenendola orizzontale, un po’ a coppa, per sollevare quella cosa e guardare i testicoli seminascosti dietro, e sentì quella cosa che si sollevava da sola, la vide ingrossarsi ancora e irrigidirsi, scopriresulla punta, dove la pelle si apriva, una macchia violacea. Tana guardava, stupefatta, tenendo quella cosa in mano e guardandola trasformarsi, quando sentì la mano del ragazzo che dall’alto le toccava il collo, la premeva sulla nuca come per cercare di avvicinarla. Tana aveva mollato tutto, si era allontanata alzandosi in piedi, era rimasta a guardare tutti, in piedi, girando la testa qua e là, senza sapere cosa fare. Allora i ragazzi si erano rivestiti, silenziosi, e tutti erano tornati in piazza. Il ragazzo che Tana aveva toccato aveva cercato di farla salire dietro sul suo motorino, ma Tana lo aveva evitato. Qualche giorno dopo il ragazzo le aveva telefonato, doveva essersi fatto dare il numero dagli altri, e le aveva proposto, tranquillo, di uscire insieme, il sabato dopo, i suoi genitori erano via e sarebbero tornati la domenica sera. Potevano andare al cinema e poi stare insieme da lui, avrebbe anche preparato un po’ di cena, e avrebbe procurato da bere e sigarette. Tana l’aveva ascoltato e poi lo aveva insultato più che aveva potuto, dicendogli tutte le parolacce che sapeva, anche quelle che non era sicura bene cosa significassero. Poi lo aveva visto altre volte in piazza, e lo aveva evitato. Una volta, girandosi, lo aveva visto che parlava e rideva con altri due ragazzi, e le era sembrato che guardassero lei. Lei gli aveva gridato dietro, e quelli giù a ridere, finché un’altra ragazza non l’aveva portata via. Si erano nascoste in un bar e la ragazza aveva detto a Tana che non la capiva proprio, che era proprio una stupida a non andarci con quello, che lei ci aveva provato ma lui non la aveva cagata neanche un po’, che le altre che c’erano state le avevano detto che era proprio un bravo ragazzo, che pagava sempre lui, e aveva sempre anche il preservativo, e che si erano trovate proprio bene. Tana, nel suo letto con gli occhi chiusi, con il respiro dell’angelo accanto, si ricordò che aveva pensato, quel giorno, che dio era stato veramente cattivo con gli uomini e con le donne, a imporre un sistema così bestial per la riproduzione, e a confondere gli organi che potevano dare un così grande piacere, le parti del corpo dove si concentrava l’amore, con gli organi che servivano alle funzioni più schifose; era la sua stessa vagina, da quella volta della fossa, che le faceva schifo, e aveva smesso del tutto di toccarsi e di masturbarsi, anche se il desiderio le rimaneva, e in certe notti diventava furioso; e quello che le faceva più schifo, era che quando il desiderio le veniva, le appariva sempre quel ragazzo, nudo, in piedi, e le sembrava bello, bellissimo, qualunque cosa toccasse le sembrava di toccare lui, e vedeva le due macchie scure dei suoi capezzoli, e sentiva nella mano il contatto con quella carne prima molle e poi gonfia, ingigantita, e vedeva la macchia violacea aprirsi, sentiva un odore acido – Tana si costringeva, nelle sue notti, a guardare quel pezzo di carne arrossato che, improvvisamente, dopo lunghi sforzi della sua immaginazione, buttava fuori un getto di orina gialla, puzzolente, interminabile; se la sentiva venire addosso, quell’orina, e ne sentiva l’odore di marcio, l’umidità tiepida e ributtante sul corpo, addirittura il sapore in bocca, e solo allora, grazie a questo rimedio, l’immagine cominciava a scomparire, il desiderio diventava indistinto, poi diminuiva, lentamente quasi spariva, e Tana insensibilmente si perdeva nel sonno.

Ora Tana accese la luce piccola, e voltatasi guardò l’angelo che dormiva. Si inginocchiò sul letto. Cercò di muoversi lentamente e con leggerezza. Le ali dell’angelo si erano un poco aperte, tutta la sua posizione si era un po’ scomposta. Dormiva come uno che dorme un sonno profondissimo, come se solo l’esaurimento della sua stanchezza, che doveva essere enorme, potesse provocare il risveglio. La tunica scopriva le ginocchia. Tana aveva paura, ma aveva anche un pensiero che le girava per la testa, e che sarebbe stato impossibile scacciare: che l’angelo era lì per quello, che per quello si era fatto trovare, che per quello si era lasciato lavare e nutrire, per farle capire che lui era a sua disposizione, che lei poteva fare quello che voleva. Tutto quello che si poteva fare con un angelo andava bene. Tana gli infilò la mano destra sotto la schiena, lo sollevò e con la sinistra, delicatamente, portò su la tunica. Lo riappoggiò, si inginocchiò vicino alle ginocchia dell’angelo e di colpo, dopo un’esitazione breve, alzò il lembo della tunica. Il sesso dell’angelo non era circondato da peli. Sembrava quello di un bambino, ma era grande. A Tana sembrò bello. La carne era molto pallida, come quella di tutto il corpo. La pancia dell’angelo si sollevava e si abbassava, nella respirazione, tranquillamente. Tana, appoggiandosi sul letto con la sinistra, con le dita della mano destra toccò la pancia dell’angelo, poi senza staccare le dita spostò la mano sulla coscia sinistra, scese tra le gambe, risalì sulla coscia destra e sulla pancia. Si avvicinò al sesso, ma non osava toccarlo: non per schifo, assolutamente, ma per rispetto. Voleva che l’angelo continuasse a dormire. Avvicinò il viso al sesso, per guardarlo bene nel mezzo buio, vide che la pelle era liscia e pulita, non sentì nessun odore sgradevole. Toccò il sesso con le labbra, un piccolo bacio, come si darebbe un bacio a un neonato che dorme, per baciarlo senza svegliarlo. Il sesso non si svegliò. Tana lo guardò ancora, ripeté qualche volta il percorso con le dita, senza mai toccarlo. Le piaceva fare così. Dopo un po’ sentì il sonno che le premeva da dentro la testa, le gambe e il braccio sinistro che si erano stancati in quella posizione, e allora tornò a coprire l’angelo e lo guardò. Lo guardò tutto, dalla testa ai piedi, guardò le ali e le braccia e le dita delle mani, e le pareva che l’angelo fosse tutto bello. Tana non sentiva nessun desiderio, aveva solo piacere a guardare l’angelo, aveva avuto piacere a toccarlo e dargli quel piccolo leggerissimo bacio sul sesso. Pensò che doveva essere molto tardi, e allora si ficcò per bene sotto le coperte, chiuse bene gli occhi per dormire sodo, e sognò che l’angelo andava via, volando. Andava via volando e sotto il suo passaggio c’erano le case che si scoperchiavano, e dalle case verso il cielo nero della notte c’erano dei raggi di luce dorata, vivissima, che salivano. Alla mattina Tana si svegliò con una febbre buona, una sensazione di morbidezza e di sogno dentro tutta la carne, la felicità di stare appallottolata a letto, telefonare alle compagne di classe per farsi venire a trovare, farsi invidiare per la sua fortuna, una settimana di vacanza mentre fuori dappertutto pioveva, e la pioggia lavava il mondo, preparandolo all’inverno freddo, che bellezza.

© Giulio Mozzi