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Ricordo

Ricordo i temporali estivi delle grandi piogge, quando il vento spalancava le finestre di casa sollevando il contenuto delle stanze in vorticose danze. I fulmini rigavano il cielo grigio di luce e i tuoni fragorosi sembravano l'urlo arrabbiato dell'intero universo lanciato lì, proprio in quel punto.

Ricordo, tra il fragore dei tuoni e la luce dei fulmini, la vecchia Haimanot che nascosta sotto al tavolo da stiro, in sala, urlava "Wai! Gud rechiben!" alternandola a quella litania imparata dalle suore italiane di Asmara, per scongiurare il pericolo del fulmine "Alto, alto sia come il nome di Maria".

Ricordo quando l'acqua ci sorprendeva nel cortile di casa, appena la macchina aveva varcato il cancello. Laghi d'acqua si riversavano dal cielo. Le raffiche di vento facevano roteare le fronde del salice e dell'euclipto del cortile. Il vecchio abete si piegava minacciando il tetto della cucina.
Ogni volta ci chiedevamo se sarebbe caduto.
E intanto noi, io te e Mauro, in macchina, rintanati sotto alla tettoia di quella specie di garage con il motore ed il riscaldamento accesi e tu che raccontavi dell'Italia, la tua infanzia, Crevalcore. Raccontavi sempre di Crevalcore quando pioveva. Della bruma d'autunno, il castello dei Ronchi e quel tuo merlo che aveva imparato a fischiettare "Fratelli d'Italia". Poi l'acqua calava, il temporale si spostava, lasciando sopra di noi la sua coda. Una acquerugiola sottile e lamentosa. Tu dicevi "In Italia può piovere così anche tre giorni di fila" ed io ti guardavo strabiliata, non potevo immaginare che davvero al mondo potesse esistere un luogo dove quella misera pioggerellina avesse la sfrontatezza di cadere dal cielo per così lungo tempo.

Ma poi l'ho vista, in questa tua terra, mentre cercavo un tuo segno per trovarvi qualche mia possibile radice. L'ho vista e mi ha infradiciato l'anima di tristezza e nostalgia.

Ricordo, al termine del temporale, arrivavano di corsa Abeba e Lemlem con asciugamani ed ombrelli, per proteggerci da un suo eventuale ritorno improvviso, cosa non improbabile. Tu dicevi "slegate Book" e correvamo tutti in casa, bagnandoci i piedi nel fiume d'acqua che dopo la pioggia discende dalle montagne di Entotto. Book festoso si scrollava, spruzzando acqua dal pelo in ogni direzione, la vecchia Haimanot usciva da sotto il tavolo e noi seduti davanti al camino, io abbracciata a te, ridevamo.

Caro padre, oggi è un giorno speciale, una data unica, il giorno della memoria. Ed io ho voluto dedicarlo a te, che hai scelgo di essere sepolto nella mia terra mentre io vago triste e solitaria nella tua. Sono andata a scarabellare tra le vecchie lettere che tu avevi scritto allo zio Fiore e che lui mi ha restituito dopo la tua morte. Ne ho cercata una con la tua firma. Quella firma che da piccola mi piaceva tanto, con quella g e l'h che si allungano come le braccia di una danzatrice che conquista lo spazio e la m simile alle increspature dell'acqua. Quella firma tua, profondamente tua, con i caratteri quasi illeggibili più simili ad un disegno che a una scritta. Mi son ricordata di come, da bambina, durante le lunghe telefonate alle amiche, cercassi di imitarla scarabocchiando sui fogli bianchi appoggiati a fianco al telefono. Sai, pensavo che se fossi riuscita ad imitarla anche io sarei diventata come te, con le braccia aperte sulla terra d'Etiopia, lieve come le increspature dell'acqua che dopo la pioggia gorgogliando discendono lungo le strade della mia Addis Abeba.

Caro padre, oggi ho posto la mia firma accanto alla tua, sulla lettera, poi l'ho ripiegata e l'ho rimessa nel cassetto.

Racconto pubblicato ne Il lettore di Provincia n. 123-124 - volume monografico intitolato "Spaesamenti padani" a cura di Clarissa Clò, Longo Editore.